martedì, 11 marzo 2008

Una malinconia dell’autunno1985 che mi scava nell’anima, un giorno di marzo. Nel 2008.

Genova persa. Bruxelles attuale.

Oggi camminavo nel freddo e nella pioggia sottile con le mie clark’s e la mia giacca di velluto da inglesissimo professore di fisica. Camminavo nella mia malinconia. La conosco così bene che abbiamo iniziato a darci del tu, qualche anno fa, e ci siamo scoperti sempre più vicini fino al momento in cui ho capito che io sono la mia malinconia.

Oggi mi sono perso nel tempo della mia memoria, senza ricordi particolari sono tornato a quello che ho identificato come l’autunno del 1985; odore di pioggia e traffico in Via XX Settembre, forse in giro con mia madre. Un bambino che guarda tutto con stupefatta meraviglia sentendo che tutto è dietro l’angolo, ma ancora così distante. Da piangere di vita. Dio santo. Piangere di vita, qualsiasi cosa significhi per te questa cosa.

Per me è sentire che la mia anima è più vecchia della mia mente e del mio corpo.

Sono note che ho già sentito.

Un’emozione già gridata al vento, a pieni polmoni, senza paura.

Una faccia che ho già visto bruciata, anche se forse non era la mia ma era vicina abbastanza da raccartocciarmi d’orrore anche secoli dopo.

Noi siamo la resurrezione.

Pasticci di colore all’imbrunire. Siamo

foglie, guglie, gargoyles, statue, marmi, vernice pastosa che

ci attorciglia la vita

come un ghirigoro d’oro.

Ho visto un futuro che non voglio farmi scappare, in qualsiasi forma esso voglia venire da me. L’ho intravisto nell’autunno del 1985, senza capirlo, con gli occhi di bambino. L’ho rivisto oggi, nel marzo del 2008, con gli occhi dell’uomo che sono. L’uomo con le farfalle che pazze gli svolazzano in pancia, l’uomo che sono, l’uomo che ho bisogno di mostrare a te, donna che mi ispiri e mi fai tremare nella musica di qualcun altro.


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