
Ho seminato decadi di terza età,
frammenti di spreco e di vite non mie;
ho carpito i segreti ironici &
le albe marce di una metastasi di giorno.
Ho visto germogliare riflessi medici
sugli specchi delle case di cura abbandonate,
ho salutato il sole e la luna
che monotoni si alternavano sul mio terrazzo cittadino.
Ho un viaggio di carta pronto da ricordare
e da qui scopro i miei limiti da correggere ed ampliare.
Ho chiesto di averla, consigliato di prenderla
ed attendo facendo cose per colmare i presunti vuoti.
Sono alla ricerca del miglior fabbro, di un intruglio,
di un seguito al pensiero, di un tempo definito.
Sono un dente marcio che assorbe vita nuova
dalla saliva di Betty Bop & da buffi scheletri a fumetto.
Ho una propria personale rigenerazione di cellule e tessuti
dipendente dal desiderio che mi fluttua intorno,
è un processo incosciente, antico e vitale che si fonde
con il rito dell’acqua pura e di quella salmastra.
Rircordi Greyson Fills e gli album appesi al muro?
una casa a due piani, a broken cup of tea &
qualche bottiglia di scotch nascosta dalla badante
mentre io adolescente guardavo Wimbledon alla t.v..
Ho cresciuto gli echi, uno ad uno, con paziente deferenza.
In tunnel di metropolitana, le sanguinanti orecchie sorde,
sono fuggito con il terrore che pulsava negli occhi schizzati,
ho urlato nel vuoto, immobile, zittito da un treno in corsa.
Ho visto invecchiare e morire le memorie di quattro quartine,
sono andato a scuola e ne ho dipinto le mura col cuore in gola.
Ho scritto “arroyo” con la vernice rossa.
Ho pasticciato con le sequenze e dato loro materia senza anti-materia.
Sono un lupo affamato ed il padre che cerca il cibo,
il vecchio di turno ed il bambino in affitto.
Dentro una tenda mi illumino alla luce delle candele,
qualcuno dice “è una fiamma viva!” ed esce chiudendosi la zip.
Rimasto solo quindi esploro i miei sensi & cerco il seme della seduzione,
lo trovo e gli disegno un prifilo acuto.
E’ un gene perso nella catena di ogni giorno,
non ha un tetto nè una casa ma si applica senza sforzo.
Ho quello che sono e parafraso le inutilità inculcatemi:
un coniglio bianco torna ubriaco nel suo cilindro ,
la fodera lo aspetta col matterello levato, stanca delle sue uscite improvvise.
Lui sorride sardonico e fa spallucce.
Un soffio di vento mi rinfresca i pensieri d’afa che
lucidi danzano sulle superfici opache per cambiarle.
Ho un desiderio giovane, una malattia sottomessa,
una lezione già pronta ed un malcontento per tutto.
Ho odiato e continuo ad odiare il sommesso roboante vociare che
filtra tra gli spazi sottili dei miei corridoi mentali.
E’ lo scomodo esterno, il vasto sconosciuto che bussa forte alla porta
con le nocche sporche di stucco e resina.
Ho impiastricciato i cieli per celare l’incerto incedere
dei miei continui sbadigli, giù nell’appicume straniero;
mi sono ripetuto perchè interrotto,
nella lettura del sentiero, dai miei demoni.
Dimentico le pagine migliori nelle partenze assonnate &
faccio prostituire le mie parole lasciando pero’ che si scelgano i clienti;
i soldi vanno metà in beneficienza e metà al macero:
mi lusingano i grati sguardi che si allacciano la patta.
Sono un ruffiano a denominazione di origine controllata,
un penitente reicarnato ed ancora un perverso;
uno storico iroso ed un poeta.
Una barca che trova meno falle ed impara ad aggiustarle più rapidamente.
Ho alternato il tre ed il quattro, l’uno ed il due;
salito e disceso le note, sospirato alla luce ed la buio.
Mi sono perduto alla nausea tra le stesse impulsioni
ed ora le dissolvo, in attesa di sentirle di nuovo.
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