Introduzione
Cervello
distante, isolato, dormiente;
il mio cervello affogato si riposa.
Sogno lo spazio che separa il mio cervello
dalla testa.
Il cuscinetto a sfera isolante,
la gialla callosa gommapiuma di terminazioni nervose
e gli impulsi che oggi non partono
e non si perdono
per i corridoi
rumorosi e pesanti,
interrotti e senza uscita,
in costruzione.
Cervello & testa
& mente
& cervello alato
che vola e se ne va:
lo cerco e lo riprendo
lo perdo ma lo controllo.
Cervello & marmellata sciolta nel microonde,
dolce e appiccicosa
come le note di zucchero
che cullano il mio cervello
nella veglia dormiente che
precede il sonno vacuo
di un prurito d’insonnia.
Corpo
Non m’interessa, non sono i miei.
Manco totalmente di solidarietà umana perché sono troppo preso a tenere i miei pezzi assieme, ma difficilmente ci riesco, vanno persi ogni volta che apro bocca o alzo una mano.
Sono un individuo di problemi, sono una persona con problemi e la gola arsa e le labbra secche che cammina sul ghiaccio che scricchiola e sta per rompersi.
Nutrendosi dei sogni e dei profumi altrui
sconfigge la polvere
versandosi liquori nella gola.
Sono un serpente imprigionato in un tubo che soffoca e muore, quando non riesco a dormire.
Vedo la gente passare e trovo lo faccia troppo vicino per i miei gusti, ride, ha i capelli verdi e ti guarda per lunghi secondi negli occhi, io porto gli occhiali, ho una doppia vita e non mi riconoscono.
Non m’interessa la celebrazione del fasullo, non mi piace la vostra pacifica resistenza e non accetto quest’attacco criminale, è sufficiente per essere considerati senza problemi?
Ma qui si parla del globalmente sociale, io mi riferisco allo strettamente personale.
Cinque minuti di infuso nell’acqua calda, due o tre dita del mio whiskey preferito, una dozzina di tracce su di un cd d’eccezione ed ecco pronta l’immagine al limite, al limite un’ immagine.
Sono nato nel paese giusto con la testa sbagliata, sono nato nel paese sbagliato con la testa giusta: sono nato e basta e qualcosa recrimino.
Troppo presto per invecchiare e troppo tardi per niente.
Io ancora non sorrido ma guardo gli scatti dei flash in giro chiedendomi cosa ci faccio qui.
Non chiudete la biblioteca neppure la domenica neppure per l’Impero Romano, non chiudetela mai perché abbiamo bisogno di pace e libri e segni nell’aria e di fare “shhhhh” stizziti ed irritati all’indirizzo di laureande acneiche.
Non chiudete la biblioteca neppure la notte neppure per Napoleone Bonaparte non chiudetela mai perché ci tinge i sogni di buono.
Non chiudeteci più qui perché abbiamo il senso del ritmo ma non sappiamo ballare, non chiudeteci, non chiudeteci gli occhi, la bocca, la possibilità di vedere, di parlare, di non essere visti, di non essere interpellati.
Sono una persona stanca, una persona con dei problemi che vuole davvero coltivare un orto amando un po’. Un individuo insicuro che ama i vegetali e le donne, la gomma e le distanze.
Un po’ di carne e muscoli e ossa e cervello che calcano la terra spingendo forte calcando di tallone l’inferno non digerendo cosa ci sia a non andare, cosa bisogna fare per la cura del numero giusto.
Perché muovi la mano in segno di saluto, sai che abbiamo deciso di non contraccambiarci, perché mi vieni accanto e mi parli delle persone che camminano all’indietro le vedo anche io le vedo anche io ma non posso spiegarle e non voglio capire.
“Torna indietro” lei dice, “vai a casa” mi ripete.
“Non posso” dico io, “non lascerò questo mare di ghiaccio senza aver prima costruito la mia torre”.
Una torre da lasciare, di Babele per capire se i dizionari non sono sufficienti per comprendere le lingue e le sfumature, le tue falsità e le tue corde.
Perché ti avvicini se sai che non ti parlerò e non sarò amichevole, vuoi che ti spieghi che penso sia un bene non capire del tutto? Non capire del tutto i bambini perché ne saremmo spaventati?
Vuoi che ti parli ancora dell’educazione non ricevuta e della possibilità di tutte le cose?
Non preferisci tacere e diventare parte dei miei monologhi d’ansia?




